Amman

Amman, età non nota, sposato due volte, figli a grappoli.

Non se la passa male considerando che è guercio e zoppo -oppure zoppica molto bene per ingannare ed impietosire i passeggeri-

È molto simpatico ma i suoni che produce col suo violino sembrano quelli di un ukulele suonato con un cacciavite.

Partenza con rincorsa II

Secondo una lontanissima tradizione che si ripete quasi inesorabile dai tempi andati dell’università, arrivo alla stazione lievemente in ritardo. La rissa davanti alla biglietteria non mi incute timore e, con agili ma imperiosi e comunque rispettosi movimenti del corpo, mi libero dei tre quattro canuti individui che mi precedono. Evito invece di provarci con il piccolo facchino dal collo taurino e la pelle brunita dal sole. Quando arriva il mio turno compro uno dei pochi posti a sedere rimasti.

L’attesa sul binario, grazie anche agli sguardi penetranti di decine di curiosi, inizia a farsi lunga e snervante. Se inizialmente gioivo della mia strategia basata sull’inevitabile ritardo dei treni bengalesi, pian pianino mi ritrovo avvolto in tediosi pensieri che includono la ripianificazione della mia giornata. Rigirandomi il biglietto in mano, finalmente mi rendo conto che, fra l’orario annunciato in Internet e quello stampato sul biglietto vi sono ben 27 minuti di differenza. Bella scoperta! Peccato siano tutti e ventisette già ampiamente trascorsi!!

Nel giro di un’altra mezz’ora, dove avrò ripetuto senza staccare gli occhi dal libro la parola Italia dozzine di volte, il brusio di fondo della stazione inizia a crescere. Le capre, intente a brucare l’erba ammantata dalla polvere cancerogena dei ferrodi, iniziano ad arrancare verso il lato senza banchina. Hanno mammelle talmente turgide che quasi strisciano sulle pietre mentre i ventri gravidi sono talmente rigonfi che alcuni sicuramente daranno alla luce un parto gemellare.

Il treno non fa in tempo a fermarsi che una brulicante, ansiosa ed eccitata folla lo prende d’assalto. I ragazzi più giovani lo scalano rapidamente fin sul tetto mentre chi vuole scendere dai vagoni deve farsi largo fra chi vuole salire dando manate in faccia alla Bud Spencer. Aspetto qualche minuto che la caciara si plachi: a differenza di molti, ho un posto numerato sull’unico vagone A/C!

Improvvisamente, senza alcun fischio o segnale, il treno inizia a muoversi davanti ai miei occhi. Afferro quindi una maniglia che risultera essere chiusa. Dramma! Passa un treno al giorno!! Decido sull’istante di rimanerci aggrappato zaino in spalle e valigia stretta fra le cosce fino alla prossima stazione. Sono anche fortunato visto che sono il solo su quella maniglia. Ma una mano dalla presa d’acciaio mi cinge il bavero. Un braccio forzuto ed irsuto mi trascina giù. Pronto alla lotta, mi volto e scopro un sorriso amichevole e sornione. Una delle cose peggiori in battaglia: un sorriso traditore. Mi aspetto una mossa vile tipo un pugno di sabbia lanciato negli occhi. Il facchino dal collo taurino, il Vincenzo Maenza di Srimogol, mi guarda come solo Clint Eastwood potrebbe fare. Leva il braccio villoso senza togliere gli occhi dai miei, apre il pugno e, con un dito corto e tozzo mi indica una porta aperta. Miracolo! Il treno intanto sta prendendo velocità. Scaravento il bagaglio in mezzo alle facce curiose che spuntano da quell’ingresso mentre sento una forza probabilmente paragonabile a quella dello Shuttle che lascia Cape Canaveral sollevarmi da terra. Senza alcuna fatica mi ritrovo a bordo del treno che, nonostante il suo ritardo, mi ha fatto la cortesia di attendermi.

Nella mia testa parte una musichina tipo Bollywood, i controllori in uniforme fanno un balletto assieme ai venditori di noccioline e tutti i presenti ridono e sorridono sotto i baffi o dietro ai veli ed ammiccano con occhi estremamente espressivi. Nella mia testa ripeto.

Shanti Bari

Raramente mi permetto di consigliare un posto in Bangladesh. Shanti Bari a Srimongol è probabilmente l’eccezione!

Verde, estremamente verde e silente, clamorosamente silente, questo ecoresort si trova in una piccola valle in mezzo alle colline del te nell’est del paese. Raggiungibile solo a piedi dalla strada principale, il terreno su cui sorge racchiude anche due laghetti ed una vivace giungla dove risiedono vari tipi di scimmie, cinghiali, fagiani, scoiattoli e tante altre bestioline.

Il gatto di casa adora tutti tranne i due cagnoni ed è sempre in cerca di un pertugio nelle stanze per passare la notte sulle gambe del viaggiatore compiacente.

Offre vari tipi di stanze, inclusi dei piccoli loculi alti due dove possono agevolmente stendersi due persone e poggiare gli zaini ai loro piedi.

Salim

Salim, 34 anni, una moglie e due figlioli.

Lavora come tuttofare sugli autobus sulla tratta Dhaka-Sylhet.

Percorre le sei ore di strada due volte al giorno, una ad andare ed una a tornare. Ogni 13 giorni di lavoro ne ha due di riposo.

Guadagna circa 6,5 €/giorno.

A night project

Ore 6:47 del mattino, stazione degli autobus di Dhaka.

Mi ritrovo in un limbo di idee e sensazioni dopo dieci ore di viaggio notturno proveniente da Cox’s.

Acquisto il biglietto per la mia prossima tratta e chiedo al ragazzo a che ora apre la nuovissima caffetteria. It’s a night project, mi sono sentito dire.

Si capisce in questa situazione tutta l’incolmabile distanza fra la cultura del Bangladesh e quella italiana.

Lascia fare che le macchinette sono automatiche, tanto ormai succede anche nel Bel Paese. Non soffermarti sul fatto che quando ordini un caffè devi specificare “no milk, no sugar- oppure ti arriva il tazzone di caffellatte come usava mio Nonno a colazione. Però ecco, l’idea di aprire la caffetteria di notte sarà poi inconciliabile con i nostri usi e costumi?!?

Tutta automatica per altro … basterebbe aggiungere l’aggegio per le monetine e farebbe tutto lei.

Shakrain vola!!

In queste ore si sta celebrando a Dhaka e dintorni lo Shakrain festival o, occidentalmente noto, Festival degli Acquiloni.

In un tripudio di luci colorate e faretti che tagliano come spade laser la spessa coltre di smog, in un’orgia di scintillanti e scoppiettanti fuochi d’artificio che illuminano il cielo a giorno e, per finire, in un’escalation di chiassosi suoni che racchiudono l’ampissimo spettro che si estende dal campanello di una bici al rombo di un’aereo che decolla ecco che Dhaka celebra una delle poche feste non legate ad alcun credo religioso o ideologia politica. Mangiatori di fuoco gareggiano a chi lo fa più grosso. Ballerini e ballerine ritornano giovani mentre ragazzini e ragazzine si improvvisano maestri di ballo -a volte quasi sfiorandosi nei conturbanti movimenti … haram!- Spacconi sgommano ai semafori in mezzo alla folla mentre i mendicanti si stropicciato gli occhi per l’infinito spettacolo e, soprattutto, acquiloni che volteggiano, si rincorrono e quasi quasi si amano alla follia per brevissimi istanti prima di dover rientrare negli armadi fino al prossimo anno.

P.s. la foto chiaramente non è mia. Spero il cielo sia stato ritoccato con un programma grafico ma non dubiterei se qualcuno affermasse il contrario visto i livelli di polvere e inquinamento che si registrano nella capitale.

Perché lo zucchero non basta mai

L’Organizzazione Mondiale per la Sanità suggerisce come dose giornaliera di zucchero la quantità di 25 grammi. L’assuefazione che crea nel corpo umano rende complicato rispettare questa soglia e, per sopperire all’ingorda domanda mondiale di una popolazione in costante crescita, l’ingegno umano è sempre al lavoro.

Le forme e le apparenze di questa droga sono quindi infinite. In uno dei vari negozietti estremamente ordinati di Cox’s Bazar ho scoperto lo zucchero di khajur, che in bangla vuol dire dattero.

Venendo prodotto nell’ammaliante forma di protesi di seno non ho resistito al palpeggio, come si nota dalla foto!

Il sapore è più ricco e fruttato rispetto ai cristalli bianchi raffinati comunemente in commercio. Costa anche il quadruplo.